26-08-2026

Dal Triangolo negativo al Triangolo vincente: come il Personal Coaching può aiutarti ad uscirne.

di Maria Teresa Bernasconi


Ci sono relazioni, situazioni professionali e momenti della vita che sembrano ripetersi sempre allo stesso modo.


Ci sentiamo impotenti e aspettiamo che qualcuno risolva per noi. Oppure diventiamo critici, controllanti e accusatori. O ancora ci facciamo carico dei problemi degli altri, interveniamo, aiutiamo, risolviamo, fino a sentirci stanchi, frustrati o non riconosciuti.
Cambiano le persone e cambiano le circostanze, ma il copione può rimanere sorprendentemente simile.


È proprio qui che può essere utile ilTriangolo Drammatico di Karpman, uno dei modelli più conosciuti nell’ambito dell’Analisi Transazionale. Elaborato da Stephen Karpman nel 1968, descrive uno schema relazionale disfunzionale, in cui le persone tendono a ricoprire tre ruoli specifici: Vittima, Persecutore e Salvatore. Non sono identità fisse e non descrivono “persone cattive” o “persone deboli”, sono ruoli che possiamo assumere, spesso inconsapevolmente, all’interno di determinate dinamiche.

Il passaggio interessante, soprattutto nel Personal Coaching, è chiedersi: “In quale ruolo mi sto mettendo? E quale scelta diversa posso fare?” Da questa domanda può iniziare il passaggio dal Triangolo Drammatico, o triangolo negativo, al Triangolo del Vincitore di Acey Choy, un modello che trasforma i tre ruoli disfunzionali in modalità più consapevoli, rispettose e responsabili.


Il Triangolo Drammatico di Karpman: quando la relazione diventa un gioco di ruoli

Il Triangolo di Karpman rappresenta una dinamica nella quale le persone possono entrare e uscire da tre posizioni:

Vittima, Persecutore, Salvatore

l punto fondamentale è che noi non siamo il nostro ruolo.

Una persona può essere Salvatore in famiglia, Persecutore sul lavoro e Vittima in una relazione di coppia. Inoltre, all’interno della stessa situazione, i ruoli possono cambiare rapidamente: chi salva può sentirsi successivamente vittima; chi si sente vittima può reagire diventando persecutore; chi accusa può sentirsi attaccato e assumere a sua volta il ruolo di vittima.

Il problema, quindi, non è la persona. Il problema è la dinamica.


  • La Vittima: “Non posso farci niente”

La persona che assume il ruolo di Vittima vive la situazione come qualcosa che accade principalmente al di fuori del proprio controllo.

Le frasi possono essere:

“Non posso fare niente.”

“È sempre così.”

“Non dipende da me.”

“Cosa vuoi che faccia?”

In questa posizione la responsabilità personale tende a essere delegata all’esterno: agli altri, alle circostanze, al passato, alla situazione.

Questo non significa negare che esistano problemi reali, ingiustizie o condizioni sulle quali abbiamo poco controllo. Il punto è un altro, anche quando non possiamo scegliere ciò che accade, possiamo spesso scegliere come rispondere a ciò che accade.


  • Il Persecutore: “Devi cambiare”

Il Persecutore cerca di ottenere un risultato attraverso critica, pressione, giudizio o controllo.

Può dire:

“Devi cambiare.”

“Sei sempre il solito.”

“Se facessi quello che ti dico, il problema sarebbe risolto.”

È una posizione apparentemente forte, ma spesso la forza viene confusa con il controllo dell’altro.

Il Persecutore può avere un bisogno legittimo, un limite da proteggere o un obiettivo importante, ma lo comunica attraverso modalità che attaccano la persona invece di affrontare il problema.


  • Il Salvatore: “Ci penso io”

Il Salvatore interviene per aiutare, spesso prima ancora che l’altro abbia chiesto aiuto.

“Lascia stare, ci penso io.”

“Faccio io.”

“Non preoccuparti, risolvo tutto.”

A prima vista può sembrare il ruolo più positivo dei tre. In realtà, quando l’aiuto diventa sostituzione, può togliere all’altra persona autonomia e responsabilità. Il Salvatore rischia di fare al posto dell’altro ciò che l’altro potrebbe imparare a fare da sé. Quando il proprio aiuto non viene riconosciuto o non produce il cambiamento desiderato, può comparire la frustrazione:

“Dopo tutto quello che ho fatto per te…”

Ed è proprio qui che il Salvatore può trasformarsi in Persecutore o sentirsi a sua volta Vittima.

Perché il triangolo continua a funzionare?

Perché i tre ruoli si alimentano reciprocamente.: la Vittima cerca qualcuno che la salvi, il Salvatore trova qualcuno da aiutare, il Persecutore trova qualcuno da colpevolizzare.

Così il sistema può continuare a funzionare senza che nessuno affronti davvero la questione centrale: che cosa posso assumermi io, che cosa appartiene all’altro e quale scelta posso fare adesso?

Questa è una delle ragioni per cui il Triangolo di Karpman è uno strumento interessante anche nel coaching, poiché rende visibile un comportamento che, mentre lo viviamo, può sembrarci assolutamente normale

Dal triangolo negativo al Triangolo del Vincitore

Acey Choy ha proposto nel 1990 il Triangolo del Vincitore, come alternativa al Triangolo Drammatico. L’idea non è semplicemente sostituire un’etichetta negativa con una positiva, ma trasformare il modo in cui utilizziamo le energie presenti nei tre ruoli.

La trasformazione può essere rappresentata così:

Triangolo DrammaticoTriangolo del Vincitore
VittimaVulnerabile / Responsabile
PersecutoreAssertivo
SalvatorePremuroso / Caring

La parola chiave è scelta.

Non si tratta di diventare perfetti o di non arrabbiarsi più, di non avere bisogno degli altri o di essere sempre forti. Si tratta di imparare a esprimere bisogni, limiti, emozioni e disponibilità senza perdere la propria responsabilità e senza invadere quella altrui.


Dalla Vittima alla Vulnerabilità Responsabile

Uscire dal ruolo di Vittima non significa dirsi: “Devo essere forte e non avere bisogno di nessuno.”

È esattamente il contrario.

La vulnerabilità consapevole permette di riconoscere ciò che proviamo e ciò di cui abbiamo bisogno, senza trasformare il bisogno in impotenza.

Da:

“Non posso farci niente.”

a:

“Questa è la situazione. Che cosa posso scegliere?”

Da:

“Qualcuno deve risolvere questo problema.”

a:

“Di quale aiuto ho bisogno e quale parte posso fare io?”

La vulnerabilità, quindi, non è debolezza. Può diventare una forma di responsabilità: riconosco ciò che provo, riconosco i miei limiti, chiedo ciò che mi serve e scelgo ciò che posso fare.

Dal Persecutore all’Assertività

L’assertività non significa essere aggressivi.

Significa riuscire a esprimere ciò che pensiamo, sentiamo e desideriamo in modo chiaro, rispettando contemporaneamente noi stessi e l’altra persona.

Da:

“Devi smetterla di comportarti così.”

a:

“Questo comportamento per me non è accettabile. Ho bisogno che venga rispettato questo limite.”

Da:

“È tutta colpa tua.”

a:

“Questo è ciò che è successo. Questo è l’effetto che ha avuto su di me. Vorrei trovare insieme una soluzione.”

L’assertività conserva la forza del Persecutore, ma elimina l’attacco personale.

Non controllo l’altro. Esprimo me stesso e assumo la responsabilità dei miei confini.

Dal Salvatore al Premuroso

Questa forse è una delle trasformazioni più sottili.

Passare dal Salvatore al ruolo di persona premurosa significa continuare a esserci per l’altro, ma senza sostituirsi a lui.

Da:

“Lascia fare a me.”

a:

“Come posso esserti utile?”

Da:

“Ti risolvo il problema.”

a:

“Vuoi che ti ascolti, che ti dia un’opinione oppure che ti aiuti a trovare una soluzione?”

La differenza può sembrare piccola, ma è enorme.

Il Salvatore fa al posto dell’altro. Il Premuroso sostiene l’altro affinché possa fare la propria parte.

È una differenza fondamentale anche nel Personal Coaching.


Cosa può fare il Personal Coaching?

Il Personal Coaching non ha il compito di “aggiustare” una persona, né tantomeno, dovrebbe trasformarsi in una nuova forma di Salvatore.

Al contrario, un buon percorso di coaching può aiutare il cliente a vedere i propri schemi, riconoscere le alternative e recuperare capacità di scelta.

Il coach non decide al posto del cliente.

Non gli dice semplicemente cosa deve fare.

Non si sostituisce alla sua responsabilità.

Lo accompagna attraverso domande, riflessioni, consapevolezza, esplorazione delle risorse e sperimentazione di nuove azioni.

È proprio questo che rende particolarmente interessante il passaggio dal Triangolo Drammatico al Triangolo del Vincitore.

Quattro passaggi per uscire dal triangolo

Nel Personal Coaching possiamo sintetizzare il percorso in quattro movimenti.

1. Osservare

In quale ruolo mi trovo?

Sto dicendo “non posso”?

Sto cercando qualcuno da colpevolizzare?

Sto cercando di risolvere problemi che non mi appartengono?

Il primo cambiamento nasce dalla capacità di vedere il comportamento mentre accade.

2. Comprendere

Quale bisogno c’è dietro questo comportamento?

Dietro la Vittima potrebbe esserci il bisogno di sentirsi sostenuta.

Dietro il Persecutore potrebbe esserci il bisogno di rispetto, ordine o riconoscimento.

Dietro il Salvatore potrebbe esserci il bisogno di sentirsi utile, necessario o importante.

Comprendere il bisogno non significa giustificare il comportamento, significa creare lo spazio necessario per poter scegliere una risposta diversa.

3. Scegliere

Quale alternativa più efficace posso mettere in pratica?

Posso chiedere aiuto invece di lamentarmi.

Posso porre un limite invece di attaccare.

Posso offrire sostegno senza prendere il controllo.

È qui che la consapevolezza diventa responsabilità.

4. Agire

Una nuova consapevolezza senza una nuova azione rischia di rimanere soltanto una buona intuizione. Per questo il coaching lavora anche sulla sperimentazione:

“Che cosa puoi fare concretamente, questa settimana, per interrompere questo schema?”

Un comportamento diverso, anche piccolo, può creare una dinamica diversa.


Un esempio concreto

Immaginiamo una persona che al lavoro dica:

“Il mio responsabile non mi valorizza. Tanto non cambierà mai niente.”

Questa frase può rappresentare una posizione di Vittima.

Un collega potrebbe rispondere:

“Parlagli tu? No, lascia perdere. Ci penso io.”

Ed entrare nel ruolo di Salvatore.

Se la situazione non cambia, il collega potrebbe successivamente arrabbiarsi:

“Dopo tutto quello che ho fatto per te, non hai nemmeno provato a fare quello che ti ho detto!”

Il Salvatore è diventato Persecutore.

La persona iniziale potrebbe quindi reagire:

“È facile parlare quando non sei tu nella mia situazione!”

E tornare ancora più profondamente nella posizione di Vittima.

Come potrebbe cambiare la dinamica?

La prima persona potrebbe dire:

“Mi sento poco valorizzata e questa situazione mi pesa. Vorrei capire che cosa posso fare per affrontarla. Mi aiuti a preparare la conversazione con il mio responsabile?”

È vulnerabile, ma anche responsabile.

Il collega potrebbe rispondere:

“Certo. Preferisci che ti ascolti o vuoi che ti aiuti a preparare cosa dire?”

È premuroso, ma non si sostituisce.

E la conversazione con il responsabile potrebbe diventare:

“Vorrei capire come posso contribuire maggiormente e quali competenze dovrei sviluppare per assumere più responsabilità.”

Questa è assertività.

La situazione esterna potrebbe non essere cambiata. È cambiato il modo di stare nella situazione. Ed è spesso da lì che può iniziare un cambiamento reale.


Il coaching non salva, non cura e non giudica

Questo punto è importante.

Il Personal Coaching non è psicoterapia e non si occupa di diagnosi, disturbi psicologici, traumi o sofferenza psicologica clinica.

Quando emergono situazioni che richiedono competenze cliniche, è importante riconoscere il limite del coaching e indirizzare la persona verso un professionista qualificato.

Il coaching lavora invece, entro i limiti della propria competenza, su temi come consapevolezza, obiettivi, valori, risorse, scelte, comportamenti, responsabilità, azione e sviluppo personale.

Anche il coach deve stare attento a non cadere nel Triangolo.

Un coach che pensa: “Devo salvare il mio cliente” rischia di trasformare il coaching in una relazione di dipendenza.

Un coach che pensa:

“Devi fare quello che ti dico.”

assume una posizione da Persecutore.

Un coach che asseconda continuamente:

“Non puoi farci niente, poverino.”

rafforza la posizione di Vittima.

Il coaching efficace fa qualcosa di diverso:

restituisce alla persona la possibilità di scegliere.

La vera uscita dal triangolo: recuperare la propria parte

Forse la domanda più potente non è:

“Chi ha ragione?”

E nemmeno:

“Chi è il colpevole?”

Può essere:

“Qual è la mia parte in questa dinamica e quale scelta posso fare adesso?”

Non significa assumersi la colpa di tutto. Responsabilità e colpa non sono la stessa cosa. La colpa guarda principalmente al passato e cerca un responsabile, mentre la responsabilità guarda anche al presente e chiede:

“Che cosa posso fare con ciò che ho a disposizione?”

È questo passaggio che trasforma la consapevolezza in possibilità.


Dal dramma alla crescita

Il Triangolo Drammatico di Karpman ci aiuta a riconoscere il copione.

Il Triangolo del Vincitore di Choy ci mostra una possibile direzione alternativa: vulnerabilità responsabile, assertività e cura.

Il Personal Coaching può diventare lo spazio nel quale questa trasformazione viene osservata, compresa e sperimentata nella vita reale.

Non si tratta di eliminare i problemi.

Non si tratta di non avere più conflitti.

Non si tratta di diventare persone sempre calme, disponibili o positive.Si tratta di imparare a non reagire automaticamente.

Di riconoscere il ruolo nel quale stiamo entrando.

Di fermarci.

Di chiederci che cosa ci sta accadendo, quale bisogno c’è, che cosa appartiene a noi e che cosa appartiene all’altro.

E poi scegliere.

Consapevolezza → Scelta → Responsabilità → Azione → Crescita.

Forse il vero passaggio dal Triangolo Drammatico al Triangolo del Vincitore non consiste nel diventare “vincitori” sugli altri, consiste nel tornare protagonisti delle proprie scelte, rispettando contemporaneamente la libertà e la responsabilità delle altre persone.

Perché uscire dal dramma non significa vincere contro qualcuno.

Significa smettere di giocare un ruolo che non ci serve più e iniziare a scegliere come vogliamo stare nelle nostre relazioni e nella nostra vita.

Per un percorso di Personal Coaching, il punto di partenza può essere semplice:

Quale dei tre ruoli riconosco più spesso in me: Vittima, Persecutore o Salvatore?

E soprattutto:

Quale nuova risposta posso scegliere al posto di quella automatica?

Questo è il lavoro che trasforma la consapevolezza in azione.

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